Buon compleanno Rai! Un secolo di radio, 70 anni di televisione italiana
Mina, Alice ed Ellen Kessler, Raffaella Carrà in Milleluci (1974)

Era il 3 gennaio 1954 quando Fulvia Colombo annunciò l’inizio delle trasmissioni Rai. A 70 anni da allora la Rai è una Società per Azioni a compartecipazione statale: per il 99,56% proprietà del Ministero dell’Economia e delle Finanze mentre il restante 0,44% delle azioni sono di proprietà della Siae. I vertici sono nominati dalla politica: in particolare, dei sette membri del Consiglio di Amministrazione Rai, quattro sono indicati dal Parlamento, due, Presidente e Ad, sono indicati dall’azionista di maggioranza, ovvero il Ministero dell’Economia e delle Finanze, uno è eletto dai dipendenti Rai. La Rai, azienda di servizio pubblico, è finanziata per circa i due terzi dai cittadini attraverso il canone. Nel 2020, secondo i dati più recenti, il canone rappresentò il 73% dei ricavi mentre gli introiti pubblicitari ammontavano al 39%, pari a circa 501 milioni di euro.

Rai, la principale azienda culturale del Paese

Medium generalista di flusso, come la definisce Aldo Grasso, critico televisivo del Corriere della Sera, la Rai è la principale azienda culturale per l’informazione e di intrattenimento del Paese, sia pur solo per la sua diffusione che, a qualche decennio dalla nascita, è diventata capillare. Un’azienda dal passato glorioso, un presente difficile e un futuro di grandi sfide: quelle imposte dalla cosiddetta era digitale che ha modificato sensibilmente le modalità di fruizione, come si evince dalle rilevazioni Auditel. Ma obbligate anche dal suo Contratto di servizio per il quale la Rai deve:

  • garantire il pluralismo, rispettando i principi di obiettività, completezza, imparzialità,
    lealtà dell’informazione, di apertura alle diverse opinioni e tendenze sociali e religiose,
    di salvaguardia della identità nazionale e della memoria storica del Paese, di quelle
    locali e delle minoranze linguistiche, nonché delle diversità etno-culturali;
  • garantire la diffusione atta alla fruizione gratuita di contenuti di qualità, nell’ambito
    della programmazione del servizio pubblico;
  • assicurare un elevato livello qualitativo della programmazione informativa, ivi
    comprese le trasmissioni di informazione quotidiana e le trasmissioni di
    approfondimento, i cui tratti distintivi sono costituiti dall’orizzonte internazionale, il
    pluralismo, la completezza, l’imparzialità, obiettività, il rispetto della dignità umana, la
    deontologia professionale e la garanzia di un contraddittorio adeguato, effettivo e
    leale, così da garantire l’informazione, l’apprendimento e lo sviluppo del senso critico,
    civile ed etico della collettività nazionale, nel rispetto del diritto/dovere di cronaca,
    della verità dei fatti e del diritto dei cittadini ad essere informati;
  • assicurare una gamma di programmi equilibrata e varia, in grado di garantire
    l’informazione e l’apprendimento; di sviluppare il senso critico civile ed etico della
    collettività nazionale; di mantenere un livello di ascolto idoneo per l’adempimento
    delle proprie funzioni e di rispondere alle esigenze democratiche, sociali e culturali
    della società nel suo insieme;
  • stimolare l’interesse per la cultura e la creatività, l’educazione e l’attitudine mentale
    all’apprendimento e alla valutazione e sviluppare il senso critico dei telespettatori.
Buon compleanno Rai! Un secolo di radio, 70 anni di televisione italiana
Carlo Conti in Rischiatutto 70 (©DanieleMignardi/Promopressagency)

È qui la festa?

A Geo su Rai3 l’onore di aprire le celebrazioni del settantennio con un collegamento dal Museo della radio e tv di Torino, mentre su Rai2 Bella Ma di Pierluigi Diaco cambierà titolo in BellaRai fino al weekend. Grande festa poi su Rai1 (e Rai Italia, per per gli italiani che vivono all’estero) in prima serata con Rischiatutto 70, attualizzazione della celeberrima trasmissione che Mike Bongiorno condusse con successo per ben cinque edizioni. Questa sera con concorrenti d’eccezione capitanati da Carlo Conti. Il tutto condito dalle dichiarazioni entusiastiche dei protagonisti che suonerebbero meno retoriche se partecipassero alla gran festa a titolo gratuito, come si fa a tutte le feste di compleanno.

Buon compleanno Rai! Un secolo di radio, 70 anni di televisione italiana
Renzo Arbore con Gegè Telesforo

100 anni di radio e tv con Renzo Arbore

E se la televisione festeggia i suoi 70 anni, la radio non è da meno col suo secolo di vita. A ricordarle colui che su entrambe realizzò trasmissioni divenute “storiche” per novità, qualità e successo: Renzo Arbore. Che vedremo tutti i giovedì, nella seconda serata di Rai2 a partire da domani, in Appresso alla musica. Premiata bottega di antiquariato musicale, un programma scritto per Rai Cultura con Gegè Telesforo e Ugo Porcelli, “compagni” di successi come Quelli della notte e Indietro tutta!

Buon compleanno Rai! Un secolo di radio, 70 anni di televisione italiana
Guglielmo Marconi

Le origini della radio e della televisione

In principio c’era Guglielmo Marconi. E alla sua scoperta della possibilità di comunicare via etere grazie alle sole onde elettromagnetiche (senza fili) si deve l’invenzione della radio. E della televisione (utilizzava infatti lo stesso vettore) che nacque di fatto tra il 1922 e il 1936 in Inghilterra, dove Marconi collaborava già da tempo con la Corona.

E negli anni settanta del secolo scorso Renzo Arbore e Gianni Boncompagni avevano ben motivo di cantare, dai microfoni di Alto Gradimento, no non è la BBC, questa è la Rai, la Rai tv perché quando la Rai nacque (1954), la British Broadcasting Corporation era già la prima emittente radiofonica (1922), poi anche televisiva (lo divenne per statuto nel 1936 ma la sperimentazione iniziò nel 1927), nel mondo. La trasformazione avvenne in un lasso di tempo relativamente breve perché un conto era trasmettere i suoni, ben altro associarvi delle immagini.

Dall’invenzione della radio alla televisione italiana

Fu uno studente tedesco, Paul Gottlieb Nipkow, che nel 1885 brevettò il principio elettromeccanico alla base dell’elaborazione delle immagini televisive. Ma il primo a consentire l’elaborazione e trasmissione di immagini in movimento fu l’ingegnere scozzese John Logie Baird, cui si deve il prototipo del televisore.

In Italia tuttavia la televisione elettromeccanica fu sostituita da quella di nuova generazione: la televisione elettronica, quella del tubo a raggi catodici per intenderci, un’invenzione americana che iniziò a diffondersi nel nostro paese dal 1939.

Fatto sta che nei primi anni cinquanta il televisore fece il suo ingresso fra le mura italiane. Un ingombrante apparecchio che ebbe, fin dalla sera del 3 gennaio 1954 (ma solo nel 1961 il segnale televisivo arrivò in tutta Italia) il pregio di riunire tutti davanti a sé: a un solo canale, bianco e nero. Da allora l’Italia ebbe dunque due massmedia da cui trarre informazioni e diletto: la radio e la televisione. E proprio la televisione, grazie anche alla sua capacità di attirare più attenzione della radio, impegnando la vista oltre all’udito, cambiò un’Italia ancora prevalentemente analfabeta. Uno dei principali pregi della televisione italiana fu infatti quello di aver unito linguisticamente l’Italia.

Mike Bongiorno, terzo “padre” della lingua italiana grazie alla tv

Dopo Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, cui dobbiamo rispettivamente il passaggio dal latino al volgare e l’italiano moderno, un italo-americano (per ironia della sorte) ebbe il primato della sua diffusione: Mike Bongiorno. Detto così sembrerebbe uno scherzo. In realtà Lascia o Raddoppia?, grazie al suo straordinario successo, diffuse la lingua italiana, e la passione per la conoscenza, fra il grande pubblico di un paese ancora per buona parte dialettale e analfabeta; ben prima che riuscisse a farlo la scuola dell’obbligo. E questo è un merito riconosciutogli sia da Umberto Eco che da Tullio de Mauro (e dal critico televisivo Aldo Grasso con loro).

Ma proprio De Mauro, l’insigne linguista, sottolineò come anche il cinema sonoro – in cui tra il 1930 e il primo decennio post-bellico fummo i leader mondiali –  diede un contributo alla diffusione dell’italiano di certo maggiore della stampa. E la televisione diede quello principale in assoluto in virtù delle sue potenzialità di rappresentazione realistica e all’espressione dei vari registri linguistici.  La radio infatti ne proponeva essenzialmente uno: quello formale. Ma ancora più incisivo di De Mauro è Aldo Grasso nel sostenere che la televisione unì linguisticamente l’Italia, non con il linguaggio di Dante, ma con quello di Mike, nel migliore dei casi con quello delle cronache sportive, del Festival di Sanremo, della Lotteria di Capodanno, del telegiornale.

E ad Alberto Manzi e al suo Non è mai troppo tardi va riconosciuto il giusto merito di avere insegnato dell’italiano, proprio da quell’unico primo canale televisivo, grammatica e sintassi. Perché la Rai era nata con un principale obiettivo, chiaramente espresso nel suo statuto: rendere un servizio pubblico.

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Di Antonio Facchin

Tecnico di marketing, esperto in comunicazione con la passione per l'editoria digitale multimediale. Di formazione classica con Laurea e Master in scienze umanistiche (foto ©SimonaFilippini)

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