di Antonio Facchin e Marco Zonetti

Talvolta gli eventi pubblici sono un’occasione preziosa per riportare all’attenzione mediatica problematiche sociali che passano (spesso volutamente) in secondo piano. L’80° Mostra internazionale d’Arte Cinematografica, la stessa che per la prima volta nella sua storia ha assegnato un Leone d’oro alla carriera per la regia a una donna, Liliana Cavani, si è aperta all’insegna dello sciopero di sceneggiatori e attori in corso.

Damien Chazelle, presidente di giuria di Venezia'80
Damien Chazelle, presidente di giuria di Venezia’80 (©Getty Images)

Tutto ciò con il sostegno del Presidente di giuria Damien Chazelle, il più giovane presidente nella storia della mostra. Premio Oscar per la regia di La La Land, Chazelle ha calcato infatti il suo primo red carpet indossando sotto la giacca l’emblematica T-shirt della protesta che da cento giorni blocca Hollywood, e che qualche problema ha causato anche alla mostra in corso, caratterizzata da una partecipazione di star americane inferiore alle aspettative.

La regista Jane Campion partecipa al flashmob di Venezia'80
La regista Jane Campion durante il flashmob di Venezia’80 (©Getty Images)

Per non dimenticare

Sul red carpet, nel primo sabato pomeriggio della mostra, decine di persone hanno poi preso parte a un flashmob per ricordare Mahsa Amini, la giovane iraniana uccisa dopo tre giorni di detenzione perché un ciuffo di capelli le era uscito dal velo – e con lei tutte le vittime del regime iraniano – a sostegno della libertà di quel popolo. Al flashmob hanno presenziato anche la regista Jane Campion, il direttore artistico della mostra Alberto Barbera, il presidente di giuria Damien Chazelle e Caterina Murino, madrina di questa edizione.

Zar Amir Ebrahimi, la regista iraniana in esilio
Zar Amir Ebrahimi, la regista iraniana in esilio

L’iniziativa, che si prefiggeva l’obiettivo di sensibilizzare media, governi e organizzazioni umanitarie internazionali sulle gravi violazioni dei diritti di quel popolo, ha avuto luogo nel giorno della proiezione del film Tatami  (nella sezione Orizzonti) di Guy NattivZar Amir Ebrahimi, la regista iraniana vincitrice della Palma d’oro a Cannes nel 2022, che vive dal 2008 in esilio a Parigi,

Laura Morante a Venezia'80 a sostegno delle scarcerazione di Julian Assange
Laura Morante (©Getty Images)

Laura Morante ha invece sfilato sul red carpet di Venezia ’80 per ricordare e sostenere – con consueta eleganza e autorevolezza – la causa di liberazione di Julian Assange. L’attrice, apprezzata sia in Italia sia all’estero, è da tempo membro de La mia voce per Assange, campagna internazionale che punta a salvare il giornalista e fondatore di Wikileaks, nata su iniziativa del premio Nobel per la pace Adolfo Pérez Esquivel. E così Laura Morante spiega al Fatto quotidiano la sua adesione: “Noi viviamo, in questo momento, in un paese dove non si distingue più l’informazione dalla propaganda, noi non sappiamo più. Ormai quando leggo il giornale, cerco di leggere tra le righe, perché non capisco più cosa davvero sta succedendo nel mondo, ho sempre l’impressione di venir manipolata”.

E ancora: “Ritengo una cosa assolutamente preziosa che ci sia un’organizzazione come WikiLeaks che si impegna con enorme sforzi, con enormi rischi, a informarci su quello che davvero accade nel mondo, su quali possono essere le ragioni vere, nascoste di certi fenomeni, di certe guerre, di certe destituzioni. Noi tutti ci illudiamo di essere liberi, ma fino a che non siamo correttamente informati, la libertà è pura illusione. Non esiste libertà, se non c’è informazione libera, perché se io non so, io voto senza sapere chi realmente voto, io credo di scegliere, ma in realtà la mia scelta è determinata da una serie di false verità. Quindi per me salvaguardare Assange e WikiLeaks vuol dire non soltanto essere accanto a un essere umano che sta vivendo una spaventosa odissea da anni, ma vuol dire anche difendere la nostra libertà“.

Anche Amnesty International si è espressa contro l'estradizione di Assange
Anche Amnesty International si è espressa contro l’estradizione di Assange

A sostegno della scarcerazione di Assange è la storia recente a offrire un precedente. Quello di Daniel Ellsberg quando svelò i Pentagon Papers (1967) e le “porcherie” perpetrate dall’esercito americano durante la guerra in Vietnam. Il caso fece tremare l’establishment americano, ma Ellsberg non venne condannato neanche a un giorno di carcere, perché “la sua libertà di fare informazione fu ritenuta superiore alle leggi sulla riservatezza degli atti pubblici. E non servirono a niente le manovre diversive del segretario alla Difesa McNamara. Il caso Assange è davvero diverso, ed è segno della brutalità dei tempi” (Fatto quotidiano). Di seguito è opportuno ricordare le varie vicissitudini di Julian Assange.

Julian Assange fondatore di WikiLeaks
Julian Assange fondatore di WikiLeaks

Il “caso” Julian Assange

La mattina dell’11 aprile 2019 gli agenti della polizia britannica irrompevano nell’ambasciata dell’Ecuador per prelevare con la forza Julian Assange. Giornalista, programmatore informatico, attivista australiano, Assange era soprattutto il fondatore del sito web Wikileaks, nato allo scopo di rendere pubblici documenti coperti da segreto garantendo l’anonimato alle proprie fonti. Nel 2010 Wikileaks aveva contribuito alla pubblicazione di quasi mezzo milione di documenti relativi alle guerre statunitensi in Iraq e Afghanistan. 

Accuse “false e manipolate”

Assange era già stato arrestato a Londra nel dicembre 2010, sulla base di un mandato di cattura internazionale spiccato da un tribunale svedese con le accuse di stupro e molestie (giudicate dai più false e manipolateo create ad hoc, vedi anche le richieste di Amnesty di cancellarle), ma l’attivista era stato rilasciato qualche giorno più tardi. Nel settembre 2011 Assange annunciò quindi di avere reso consultabile in rete, attraverso l’immissione di una parola-chiave, l’intero archivio dei cablogrammi contenenti informazioni confidenziali inviate dalle ambasciate statunitensi al Dipartimento di Stato.

Nel 2012, dopo che la Corte Suprema britannica aveva respinto definitivamente gli appelli contro l’estradizione in Svezia e il conseguente processo per i reati di cui era accusato, Assange si era rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra chiedendo asilo politico al Paese sudamericano. Asilo revocatogli per l’appunto nell’aprile 2019 “per violazioni della convenzione internazionale”, dando così inizio all’incubo vero e proprio.

Julian Assange da quattro anni nel “carcere più duro del Regno Unito”

Il fondatore di Wikileaks fu infatti condotto nel carcere di massima sicurezza di HM Prison Belmarsh, ovvero, come leggiamo sull’appello della fondazione Free Assange Italia, “il carcere più duro del Regno Unito”. Carcere nel quale è rinchiuso da quattro anni, “insieme a detenuti pericolosissimi, senza una condanna, in attesa della sentenza che decreterà o meno la possibilità per gli Stati Uniti di estradarlo nel loro Paese, dove verrebbe sottoposto ad un processo in un tribunale composto da membri non imparziali e dove verrebbe con tutta probabilità incarcerato per sempre“.

E ancora: “Quattro anni in attesa di estradizione in condizioni fisiche e mentali estremamente deteriorate, certificate da autorevoli esponenti medici e istituzionali. Quattro anni in cui può ricevere visite in condizioni umilianti e che possono essere annullate anche all’ultimo minutoSolo per aver fatto il suo dovere di giornalista”.

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Di Antonio Facchin

Tecnico di marketing, esperto in comunicazione con la passione per l'editoria digitale multimediale. Di formazione classica con Laurea e Master in scienze umanistiche (foto ©SimonaFilippini)

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